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Fiat - Monovolume in Serbia

Fiat - Monovolume in Serbia

Fiat sceglie la Serbia per produrre le monovolume. Colpa dei sindacati, sostiene il numero uno del Gruppo torinese, Sergio Marchionne. È un’altra tappa del duro scontro fra i vertici del Lingotto e i sindacati stessi, che si annuncia asperrima in autunno.

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Dal punto di vista economico, quella di giovedì 22 luglio è stata una delle giornate più tristi nella storia dell’Italia: un colosso industriale, Fiat, ha detto a chiare lettere che produrrà in Serbia la monovolume, la L Zero. L’annuncio l’ha dato il numero uno del Lingotto in persona, Sergio Marchionne, spiegando che, con sindacati più seri, si sarebbe fatta a Mirafiori (Torino). A dimostrazione che, qualche giorno fa, quando Newstreet parlava di durissimo scontro fra i vertici del Gruppo italiano e i sindacati (dopo i licenziamenti di diversi operai), lo faceva a ragion veduta.

La svolta Fiat di privilegiare la Serbia a discapito dell’Italia ha inevitabilmente scatenato una ridda di reazioni. Ma non cominciamo dai sindacati; precedenza al ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Maurizio Sacconi, il quale crede che si debba quanto prima riaprire un tavolo tra le parti (Fiat e sigle sindacali) per discutere l’insieme del progetto Fabbrica Italia. Quello è un progetto "che vuole realizzare investimenti nel nostro Paese se accompagnati da una piena autorizzazione degli impianti secondo il modello già concordato a Pomigliano". E ancora, secondo il ministro, occorrono relazioni industriali cooperative. "Le attività che in qualche modo fermano la produzione, minoranze che bloccano la produzione, non incoraggiano questi investimenti". E qui potrebbe aprirsi un altro fronte caldo: a chi si riferisce il ministro quando parla di minoranze che bloccano la produzione? Tutte le interpretazioni sono possibili.

Forse un po’ per strumentalizzare la vicenda e dare contro il Governo, interviene il segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani. Secondo cui l’Esecutivo dovrebbe aprire un tavolo di trattative con la Fiat per affrontare tutti i temi che riguardano l’azienda torinese, indotto compreso. "Non possiamo consentire che temi di tale rilevanza siano affrontati con dichiarazioni e scambi di battute". Immancabile l’affondo si Bersani, obiettivo il premier: "Non pretendo che a farlo sia il ministro ad interim dello Sviluppo economico. Anche perché Berlusconi, il ministro ad interim, non si occupa della Fiat: è impegnato nel frutteto, con le sue mele marce".

Anche il leghista Roberto Calderoli, ministro per la Semplificazione normativa, non ci sta: "L’ipotesi ventilata da Marchionne non sta né in cielo né in terra". E si augura che si tratti di una battuta, magari fatta per portare a più miti consigli i sindacati: una battuta che comunque non fa ridere nessuno. Diversamente - ha aggiunto Calderoli - Marchionne sappia che troveranno da parte nostra una straordinaria opposizione. Il concetto del ministro leghista è semplice: non si può pensare di sedersi a tavola, mangiare con gli incentivi per l’auto e gli aiuti dello Stato e poi alzarsi e andarsene senza nemmeno aver pagato il conto.

Ed eccoci ai sindacati. La segreteria nazionale della Cgil dice che la scelta di spostare la produzione in Serbia e le motivazioni addotte sembrano confermare una linea basata sulla ritorsione nei confronti del sindacato e dei lavoratori. Secondo il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, la Fiat dovrebbe fare chiarezza su tutto il progetto, fare luce sugli investimenti dell’azienda e avviare una discussione aperta con il sindacato.

Pesante anche Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom: l’inconsistenza del piano Fiat sarebbe coperta dall’azienda con l’attacco ai sindacati e ai diritti dei lavoratori. La Fiat si starebbe strutturando come una multinazionale estera e low cost, un gruppo che insegue i salari più bassi e i finanziamenti pubblici. Rincara la dose Vittorio Granillo, del coordinamento nazionale Slai Cobas: "Marchionne non può affermare che per colpa di Pomigliano sposta una produzione all’estero. Ha già cominciato a delocalizzare tutta la produzione italiana, con l’appoggio di buona parte della politica e degli altri sindacati".

A nostro avviso, la strada è segnata. Fiat punta dritta all’estero. Ha già fissato la chiusura di Termini Imerese (Palermo); ha salvato proprio alla fine la futura Panda di Pomigliano d’Arco (Napoli); adesso preferisce la Serbia per la monovolume L Zero, piuttosto che Mirafiori (Torino). Il futuro è da quelle parti: Tychy (Polonia) e Serbia, e forse ancora più lontano. Marchionne gode di un credito enorme, avendo risollevato Fiat dal baratro: il Lingotto aveva un piede e mezzo nella fossa quando è arrivato lui; mentre oggi vale il tre per cento del Prodotto interno lordo.
L’azionista, John Elkann, condivide le scelte dell’amministratore delegato. Dopo il colpo dell’acquisizione di Chrysler (ristrutturata con ottimi risultati), è arrivato anche lo spin off, lo scorporo di Fiat Auto che renderà l’azienda ancora più solida. Fra l’altro, cinicamente parlando, i mercati hanno già premiato la scelta di Fiat di produrre la L Zero fuori dall’Italia: in Borsa il titolo è salito. Si annuncia un autunno bollente dalle parti di Torino, con diramazioni in diverse zone d’Italia.




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