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Fiat: vince Marchionne!?

Fiat: vince Marchionne!?

Prevalgono i sì: è il verdetto del referendum sull’intesa per lo stabilimento Fiat di Mirafiori, dopo uno scrutinio durato nove ore. Quel 54% di sì sono una vittoria dell’amministratore delegato Fiat, Sergio Marchionne. Decisivo il voto degli impiegati.

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Alla fine, Sergio Marchionne s’è portato a casa una vittoria storica. Il referendum dello stabilimento di Mirafiori (Torino) dice che il 54% dei votanti sta con l’amministratore delegato Fiat, scegliendo il "": a questo il risultato hanno contribuito soprattutto gli impiegati (favorevoli addirittura per il 99%). Vittoria doppia: la maggioranza degli operai si è espressa a favore dell’accordo firmato dai sindacati Fim, Uilm, Fismic e Ugl con nove voti di scarto.

È vero: non trattasi di plebiscito. Ma la battaglia politica, lo scontro fra Marchionne e Fiom (che non ci stava), è stata durissima. Anche per questo, il risultato è inferiore a quello dello stabilimento di Pomigliano d’Arco (Napoli), dove i sì avevano raccolto perfino il 63,4%.

Unica stranezza, il fatto che al voto abbiano partecipato 5.119 lavoratori, il 94% degli aventi diritto: il 6% ha scelto di... far scegliere il proprio destino ad altri.

Chiaramente, il, tavolo da poker cui Marchionne s’è seduto non ha chiuso per niente. Archiviato il referendum, ora si deve di rendere governabile lo stabilimento di Mirafiori. Va tenuto presente che la produzione riprenderà a singhiozzo: ci sono gli operai in cassa integrazione straordinaria per un anno da metà febbraio; lo stabilimento andrà a regime a maggio-giugno 2012.

Punto secondo: c’è lo scoglio Cgil. Il leader sindacale, Susanna Camusso, lascia intendere che si potrebbe ricorrere alla magistratura su alcuni punti dell’accordo. Vedi, in primis, il diritto di sciopero. Al contempo, la stessa Cgil dovrà arginare la "reazione" della Fiom, da sempre contraria all’accordo. Ma la Camusso l’ha detto apertamente: "Non si più stare fuori dai cancelli". Insomma, un richiamo al senso di responsabilità.

E se la Fiom tentava di riaprire l’accordo su Mirafiori, interviene secco il Ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi: "Non sarà riaperto". Ma la Fiom è impensabile si arrenda così facilmente, ed è immaginabile che voglia ancora mettere il bastone fra le ruote di Sergio Marchionne.

Punto terzo: adesso tutti bussano ai quattrini. Come dire: Marchionne hai vinto tu, ora fuori i soldi, gli investimenti per Mirafiori. Sentite il presidente del Piemonte, Roberto Cota: "Bisogna vigilare su investimenti e aumenti di posti di lavoro". Per Gianfranco Morgando, leader regionale Pd, il risultato mantiene aperto il futuro industriale di Torino: "Ora spetta alla Fiat fare la sua. Marchionne in tempi rapidi deve dare certezze". E la segretaria provinciale del Pd, Paola Bragantini, insiste: "Con il sì, non ci sono più dibattiti da fare, ora vediamo gli investimenti".

Interessanti anche le altre reazioni alla vittoria del sì. "Credo che tutti debbano dire grazie a Marchionne: ha preso la Fiat in un momento di baratro e l’ha salvata": così Carlo De Benedetti, presidente del Gruppo Espresso. Il quale ha aggiunto: "Gli va riconosciuto di aver capito che, in un mondo globalizzato, l’auto non aveva futuro se non avesse attivato una grande collaborazione internazionale. È stato infatti capace di cogliere l’opportunità Chrysler che è stato un vero passo decisivo". Cioè Fiat sarà sempre più americana, "una svolta storica inevitabile".

Ci ha preso in pieno il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che prima del voto aveva detto: "Penso che vinceranno i sì con una percentuale piuttosto elevata e che quindi vincerà il buonsenso", sottolineando il sostegno del Governo a Marchionne e ai sindacati che hanno forte senso responsabilità nazionale. Aggiungendo: "Se vincesse il no al referendum, la Fiat farebbe bene ad andarsene".

Al che, la Camusso aveva replicato: "Non conosco presidente del Consiglio di nessun Paese che si augura che se ne vada il più grande gruppo industriale del suo Paese, non conosco presidente del Consiglio che non pensi e non sappia che per lui prima di tutto viene il lavoro del suo Paese e le condizioni di cittadinanza dei cittadini del suo Paese". No, viste le premesse, la partita è tutt’altro che chiusa...




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