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Scintille a Melfi: Fiat e Sindacati

Scintille a Melfi: Fiat e Sindacati

S’inasprisce il contrasto fra Fiat e sindacati sul reintegro dei tre lavoratori licenziati a Melfi. Interviene addirittura il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che chiede a Fiat di superare l’episodio in attesa della decisione dei giudici.

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Una vicenda sempre più calda, che ha indotto a intervenire perfino il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: tutto ruota attorno allo stabilimento Fiat di Melfi (Potenza). Licenziati, reintegrati dal giudice, entrati in fabbrica per meno di due ore, ancora fuori, con l’intenzione di avviare un’azione penale contro l’azienda. Invece Fiat ribadisce la legittimità dei licenziamenti e crede nella vittoria del ricorso, il 6 ottobre prossimo.

Cominciamo dalla precisazione della Fiat Sata di Melfi, del 23 agosto, che fa riferimento alla vicenda dei licenziamenti: il Lingotto sostiene che i comportamenti contestati ai tre scioperanti sono stati di estrema gravità, in quanto, determinando il blocco della produzione, hanno leso la libertà d’impresa, causato un danno economico e condizionato il diritto al lavoro della maggioranza degli altri dipendenti che non avevano aderito allo sciopero. Ma non è tutto: nella convinzione che nella prima pronuncia non siano stati colti compiutamente gli aspetti disciplinarmente rilevanti della questione, Fiat Sata ha eseguito il provvedimento di reintegro emesso dal Tribunale di Melfi, con il ripristino del rapporto con i lavoratori interessati, sia per gli aspetti retributivi sia per l’agibilità completa dell’attività sindacale, dei relativi diritti e connesse prerogative. Tuttavia, la decisione di Fiat Sata di non avvalersi della sola prestazione di attività lavorativa dei tre interessati costituisce (così dice Torino) prassi consolidata nelle cause di lavoro e ha l’obiettivo di evitare ulteriori occasioni di lite tra le parti in causa.

Qui, sempre secondo Fiat, trova motivazione nei comportamenti contestati che, in attesa del completarsi degli accertamenti processuali, si riflettono negativamente sul rapporto fiduciario fra azienda e lavoratori. Si tratta peraltro di comportamenti per i quali è in corso anche indagine penale da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Melfi. Insomma, l’azienda ribadisce la convinzione che siano legittimi i provvedimenti adottati nei confronti dei tre lavoratori e ritiene di poter dimostrare nel corso dell’udienza fissata per il 6 ottobre prossimo che il comportamento tenuto dai tre scioperanti fu un volontario e prolungato illegittimo blocco della produzione e non esercizio del diritto di sciopero.

Ma i sindacati non ci stanno. E il contrasto Fiat-sindacati è così aspro che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, esprime "vivissimo auspicio - che spero sia ascoltato anche dalla dirigenza della Fiat - che questo grave episodio possa essere superato, nell’attesa di una conclusiva definizione del conflitto in sede giudiziaria, e in modo da creare le condizioni per un confronto pacato e serio su questioni di grande rilievo come quelle del futuro dell’attività della maggiore azienda manufatturiera italiana e dell’evoluzione delle relazioni industriali nel contesto di una aspra competizione sul mercato globale".

Questa altro non è che la risposta del Presidente della Repubblica all’appello dei tre lavoratori della Fiat di Melfi: "Ci rivolgiamo a Lei, Presidente, perché richiami i protagonisti di questa vicenda al rispetto delle leggi". Lo hanno scritto in una lettera al presidente Napolitano i tre operai dello stabilimento di Melfi, Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli. Hanno chiesto a Napolitano di intervenire "per farci sentire lavoratori, uomini e padri". I tre operai si sono rivolti al presidente "perché nel suo ruolo di massima carica dello Stato sia da garanzia del rispetto della democrazia, della Costituzione e dello Stato di diritto in modo da ripristinare e garantire il libero esercizio dei diritti sindacali nonché dei diritti costituzionalmente riconosciuti a tutti, all’interno dello stabilimento Fiat Sata di Melfi".

"Signor Presidente - hanno scritto i tre operai - per sentirci uomini e non parassiti di questa società vogliamo guadagnarci il pane come ogni padre di famiglia e non percepire la retribuzione senza lavorare. Questo non è mai stato un nostro costume, né come semplici operai né come delegati sindacali aziendali, avendo sempre svolto con diligenza e professionalità il nostro lavoro. La decisione della Fiat Sata di non reintegrarci nel nostro posto di lavoro è una palese violazione dell’articolo 28 della legge 300/70 e della norma penale da esso richiamata. In uno Stato di diritto non dovrebbe essere neppure consentito di dichiarare a tutti (stampa compresa) di voler disattendere un provvedimento legalmente impartito dalla autorità giudiziaria con ciò mostrando disprezzo per la Costituzione e per le leggi civili e penali del nostro ordinamento giuridico".
Comunque, i tre lavoratori dello stabilimento di Melfi licenziati e poi reintegrati, e bloccati subito dopo aver attraversato i cancelli, hanno deciso di non entrare in fabbrica, lontani delle linee di produzione della Punto Evo. Questo, in attesa di conoscere la decisione del giudice di lavoro di Melfi sulla denuncia presentata ieri dalla Fiom della Basilicata contro l’azienda per inottemperanza alla sentenza di reintegro dello scorso 9 agosto.




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